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Eti Qamili: “la cintura WBC World Youth il primo passo per diventare grande!”

Giovedì 27 luglio, nella cornice della Sheshi Nënë Tereza (Piazza Madre Teresa) di Tirana, Opi Since 82 e UBSH (Unioni i Boksit Shqiptar) organizzano una riunione di pugilato professionistico strutturata per dare spazio ai giovani talentuosi pugili albanesi e per portare ben tre titoli WBC in un’unica serata, una novità assoluta per la boxe albanese.


Come co-main event della serata, il peso supergallo Muhamat “Eti” Qamili (9-0-0, 4KO) affronterà Joe Callea (8-1-0, 4KO) per il prestigioso titolo WBC World Youth dei pesi supergallo, 10 riprese al limite dei 55.3 chilogrammi. Qamili, residente in Italia dall’età di cinque anni, si allena presso la Boxe Torre Angela di Roma con il maestro Alessandro El Moety ed è uno dei talenti emergenti della scena pugilistica tricolore. Questo è il suo primo match titolato.



Cambia qualcosa nell'approccio mentale quando un pugile combatte per una cintura?

“L’umore e la testa girano differentemente. Il titolo WBC World Youth l’hanno vinto i più grandi pugili, è un onore poter competere per questa cintura. Tutti i pugili si allenano per vincere delle cinture. La motivazione è diversa rispetto ai soliti match, è quasi inspiegabile la forza che mi dà immaginarmi alzare la cintura a casa mia, in Albania. L’Italia mi ha cresciuto pugilisticamente e come persona, ma le origini non si cancellano, infatti anche da dilettante ho combattuto per l’Albania”.


Pensi che in Albania ci sia un buon mercato per la boxe?

“Assolutamente, c’è un grande lavoro dietro e nell’ultimo anno si sta crescendo molto. Il management della Opi Since 82 ci sta aiutando molto, stiamo portando eventi e cinture importanti in Albania. Tocca a noi pugili dimostrare quello che valiamo. La gente poi, i tifosi, sono molto entusiasti e anche se non sono proprio conoscitori della boxe ci tifano e ci sostengono perché sono orgogliosi di noi che rappresentiamo l’Albania”.


Sei stato in camp in Inghilterra, cosa ti ha insegnato questa esperienza?

“A livello umano sono rimasto colpito dell’accoglienza, ma soprattutto da un punto di vista pugilistico ho visto come funziona la macchina del pugilato in una nazione dove la boxe ha un peso diverso. I pugili inglesi sono tutti di livello medio-alto. Fanno molti più guanti e sparring duri, girano di più, si muovono meglio, anche soltanto nella parte di vendita dei biglietti ci si muove differentemente. Dennis McCann è un ragazzo fortissimo ma mi sono integrato bene. Diciamo che in Inghilterra hanno solo un’organizzazione e un’esperienza migliore, perché tecnicamente e come parte atletica non abbiamo niente da invidiare”.


Quali sono gli aspetti tecnici sui quali stai lavorando per migliorare?

“Sto lavorando molto per migliorare l’esplosività dei colpi e sulla singola azione efficace, senza sprecare colpi a vuoto come fanno tanti pugili italiani che vanno dentro e scaricano senza obiettivo e senza senso. Il pugilato è tecnica non solo volume di colpi. Sto lavorando per diventare un pugile del futuro!”


Callea è originario di Civitavecchia, vicino Roma, proprio in Italia ha combattuto i suoi primi match. Lo conosci, hai visto qualche suo match?

“Non lo conosco bene, non credo possa impensierirmi. Anche perché è proprio un discorso di attitudine: se mi inizio a preoccupare di Callea non posso arrivare agli obiettivi più alti che mi sono fissato di raggiungere. Non guardo in faccia a nessuno!”

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