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Leonard Bundu: "La sfida di Obbadi è una rivincita personale. Possiamo arrivare fino in fondo!"

Leonard Bundu. Un nome, una storia. Probabilmente uno dei pugili italiani più talentuosi che abbia calcato il ring negli ultimi vent’anni. Titoli Europei accumulati e difesi, il titolo del Commonwealth vinto terra straniera contro Frankie Gavin, le battaglie americane nelle quali ha sfidato i pezzi da novanta della categoria dei welter, come Keith Thurman e Errol Spence Junior.


Ma il palmarès non basta a raccontare chi è stato Bundu.

Leonard era un pugile entusiasmante, incredibile, capace di passare dai tecnicismi raffinati alla bagarre nuda e cruda nell’arco di pochi istanti. Oggi, cerca di restituire la sua esperienza da veterano anche agli allievi che segue. Soprattutto a Mohammed Obbadi, di cui è amico ancor prima che allenatore. Insieme, voleranno a Monterrey, Messico, per disputare l’eliminatoria ufficiale per il titolo del mondo IBF dei supermosca contro Jade Bornea. Il vincitore sarà lo sfidante definitivo che si batterà col campione in carica, Jerwin Ancajas.


Il rapporto tra Obbadi e Bundu è stretto e intenso. C’è una fiducia reciproca che va oltre la consuetudine lavorativa, un qualcosa che si può cementare soltanto quando di base c’è una sintonia che trascende le ore passate in palestra a sudare e riprovare le sequenze ai pads.


Abbiamo chiamato Leonard per chiedergli come andasse la preparazione per il match contro Bornea, e per tastare le sensazioni, le emozioni di questa sfida storica per Obbadi e per il pugilato italiano tutto.


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Che effetto fa competere da allenatore nell’eliminatoria ufficiale per il titolo del mondo IBF? Ti aspettavi un incontro del genere in questo momento della tua carriera?

“Eh, per quanto riguarda la mia carriera… se ci si pensa su mi vengono i brividi perché il mio ultimo match è stato per la semifinale IBF contro Errol Spence e ora mi ci ritrovo di nuovo in una elimin, all’angolo. Ecco è un po’ una rivincita anche per me, perciò sono tanto emozionato, spero che Mohammed riesca ad arrivare in fondo.”


Come vedi Mohammed? Pensi sia pronto per un incontro oltreoceano? Su cosa avete lavorato?

“Devo dire che è da po’ che sta fermo Obbadi, ma è sempre tra i primi delle classifiche di tutte le sigle, è anche ora che combattesse per un match importante di questo livello. Sta bene, sta davvero bene. Lo vedo preparatissimo, sta benissimo, la questione fondamentale è essere sé stessi e di fare quello che sappiamo fare. Possiamo portare la vittoria a casa. Abbiamo lavorato a trecentosessanta gradi, ma fondamentalmente si vuole fare noi il match. Non boxare e basta, ma anche colpire e imporci.”


Cosa pensi di Jade Bornea come avversario? Quali potrebbero essere le chiavi di lettura del match, come potrebbe svilupparsi?

“Bornea è un fighter aggressivo, che viene dentro per picchiare. Abbiamo lavorato facendo sparring con gente più pesante, per capire come assorbire meglio i colpi, evitarli, cercare di contrastarli. Inoltre Bornea cambia spesso guardia, e ci siamo allenati con altri pugili che hanno queste caratteristiche di switch-hitter. Andiamo in terra messicana, terra di picchiatori, sicché vogliamo fare una bella prestazione! Non puntiamo al massacro, ma se dovesse succedere tocca prendersi i nostri rischi. Sarà un bel match. Picchiamo quando c’è da picchiare, tecnici quando c’è da essere tecnici. Non pensiamo a un match di sola difesa: per vincere bisogna combattere.”


Parliamo del rapporto tra te e Momo. Lui dice che sei il suo idolo e che ti vede come un fratello maggiore. Come è nato questo intreccio? Qual è la cosa che vi ha unito subito?

“Mi ricordo che venne in palestra nostra, era piccolino, io un pro già avviato. Mi fa onore essere considerato un modello da lui. Ricordo ancora quando il coach ci mise a fare le ripetute al sacco assieme, ci trovammo subito d’accordo. Poi anche lui, come me, arriva da un altro paese, e questo ci rende ancor più uniti. La boxe spesso sembra uno sport solitario, e lo è sul ring, ma dietro quei round c’è un mondo fatto di amicizia, fratellanza. Ecco, negli anni con Obbadi s’è sviluppato questo.”


Qual è il concetto, la frase, che ripeti più spesso a Momo e che cerchi di trasmettergli?

“Sono molto istintivo, cerco di capire quello che è più adatto a lui, cerco di non cambiarlo troppo e di rispettare la sua indole, le sue doti. Siamo molto in sintonia su questo aspetto tecnico. Dal punto di vista caratteriale la cosa che gli dico sempre, ma sempre eh, è che sul ring bisogna farsi rispettare. Sali e sganci subito un bel paio di bombe. Poi c’è il rispetto, con l’avversario si diventa amici legati da un patto di sangue, ma durante il match non c’è niente di tutto questo. Bisogna imporsi. Qui non siamo a giocare. Alla boxe non si gioca.”


Sei considerato uno dei talenti più puri del pugilato italiano dell’era contemporanea, diciamo degli ultimi vent’anni. C’è chi dice che se fossi arrivato prima in America saresti stato tranquillamente campione del mondo. Pensi che Mohammed abbia la tenacia, la volontà di arrivare fino in fondo a questa strada?

“Vedo in Obbadi questa convinzione decisiva. Lui fa il professionista. Glielo dico sempre: è il tuo lavoro. Non fai nient’altro, solo questo. Lui lo sa che questa è la strada sua, che deve percorrere fino in fondo. Ha tutte le potenzialità per riuscirci per bene. Con questa mentalità andrà lontano, ha la testa del pugile vero e serio.”